LA PARETE NORD DEL MONTE CAMICIA: IL RISVEGLIO
LA PARETE NORD DEL MONTE CAMICIA: IL RISVEGLIO
LA MONTAGNA INCANTATA

Nell’arco di qualche mese la Parete Nord del Monte Camicia, tra le più impegnative del Gran Sasso d’Italia, ha visto un rinnovato interesse.
Il 20 settembre 2025 Nicolò Ioannoni Fiore, di Teramo, è diventato il terzo uomo a salirla in solitaria d’estate, aprendo una nuova variante d’uscita. Una forte e segnate esperienza personale vissuta dalla montagna 21 anni dopo la solitaria di Andrea Di Donato del 4 settembre 2004.
L’8 e 9 aprile 2025, l’hanno salita Domenico Totani e Pierluigi Carducci, dell’Aquila, aprendo una variante “patagonica” di 300 metri.
La Sezione Cai di Castelli è nata all’ombra e protetta dalla grande Parete Nord del Monte Camicia.

Riportiamo il racconto diretto ed emozionale della solitaria, dalle parole di Nicolò Ioannoni Fiore
MONTE CAMICIA- PARETE NORD- FREE SOLO- NUOVA VARIANTE D’USCITA.
IL CORAGGIO È UN’ ANTICA DANZA
Lo sento dentro da troppo tempo. L’ orco degli appennini si è insinuato nei miei pensieri. Ha messo radici profonde. Sono giorni che non dormo e mangio a stento. È un pensiero che si è fatto troppo insistente e pesante. Devo togliermelo di dosso una volta per tutte. Basta. Domattina lancio l’assalto alla parete più temuta di tutti gli appennini e lo farò in solitaria.
Non voglio vedere la parete di notte mi farebbe troppa paura. Attaccherò quando il sole è già alto.
Accendo la mia alfa e parto alla volta di Castelli. Sono su di giri. Non voglio pensare. Sparo musica a tutto volume e stiro il collo alla macchina senza pietà. Da Colledoro in su, uso la strada come un circuito di formula 1. Questa guida spregiudicata e folle mi distrae da quello che devo fare. Non mi fa pensare.
Mentre guido non guardo la parete neanche per sbaglio. Arrivato al parcheggio con le gomme fumanti, poco dopo il fontanile al bivio per Farindola, scendo dall’auto come un indiavolato. Metto l’imbraco leggero, sacchetto magnesite, 04 di acqua agganciata, una daisy chain, uno skihook,s carpette appese e 2 piccozze. Metto i leggins. Mi sento leggero e affilato come un cazzo di giaguaro. Parto percorrendo il sentiero di corsa. Tutta questa fretta è perché non riesco più a convivere con questo pensiero dentro. È un fardello troppo pesante. Devo toglierlo il prima possibile o continuerà a dilaniarmi l’anima. Arrivo molto velocemente al fondo della salsa.
Sono obbligato ad alzare gli occhi. Eccola in tutta la sua cruda realtà. L’Eiger degli appennini, l’orco, la parete più temuta e rispettata del centro Italia. È enorme. Distolgo lo sguardo. Devo attaccare e basta. Vediamo se è vero ciò che si dice sul suo conto. Non ho paura.
Ore 7:30. Attacco lo zoccolo erboso.
Apro le 5 dita delle mani come se fossero un rastrello e cerco di acciuffare più erba possibile su cui tirarmi su. Un lavoro improponibile. Tiro fuori allora le piccozze e mi difendo meglio. La parete già tira fuori le sue prime difese. La guazza notturna c’è e fa scivolare le scarpe ad ogni passo. L’ erba è alta fin quasi tutto il polpaccio e neanche vedo i piedi. Mai visto un prato pettinato con una tale pendenza. Mi stanco le braccia a forza di trazionare. Il ritmo baldanzoso che avevo fino a poco fa cala decisamente. Devo dare rispetto e stare all’ occhio. Qui trovo un passetto che non è affatto banale. Riesco a passare e ad arrivare finalmente all’ attacco della roccia. La prima linea della parete è stata sconfitta.
Ora cambio assetto, indosso le scarpette e appendo all’ imbraco le scarpe e le piccozze. Bevo un po’.
Attacco la roccia, o forse lei attacca me. Capisco subito che non ho mai affrontato qualcosa di simile. Questo posto è un agglomerato di sassi incastrati l’uno sull’altro. La malta che li unisce è composta da erba, muschio, terra. Accade spesso, che l’appiglio o l’appoggio ceda sotto il mio peso e si vada a spezzare dentro la roccia o addirittura fuoriesca dalla sede e ruzzoli via. Cerco di abituarmi il prima possibile a questo stile. Sto cominciando ad abbassare la cresta. Anzi l’ho già abbassata. Ogni movimento, ogni minimo spostamento lo ragiono e lo studio prendendomi tutto il tempo necessario. Non è permesso il minimo errore.
Ora mi trovo su un traverso di circa 4-5 metri. Ne avevo sentito parlare, è un passo delicato ed esposto. Lo vinco con moltissima lentezza e controllo del mio peso. Non tiro neanche una presa, anzi, le afferro con estrema leggerezza e cerco di spingerle dentro la parete. Ho cominciato a parlare da solo. Uscito dal traversino esclamo ” porca troia che traverso ragazzi”. Nella mia testa spero di aver vinto uno dei passi più duri e mi auguro che i racconti dei miei predecessori siano esagerati.
Purtroppo mi renderò presto conto che le descrizioni avute erano più che azzeccate.
Continuo a salire ora più direttamente. Arrivo alla prima comba detritica. Mi faccio i complimenti a voce alta. Mi dico” bravo stai andando bene”. Decido di non traversare troppo a destra ma di riprendere la verticalità il prima possibile.
La parete mi oppone un’altra resistenza: una serie di placchette dalla roccia infida. Qui trovo un’altra conformazione da capire molto velocemente. Questa zona è un campo minato. Ho la sensazione che le prese non reggano il mio peso per tot secondi. Allora ogni nuova presa conto a voce alta il conto alla rovescia da 10 a scendere. È un modo stressante di arrampicare ma questo modo di fare mi consente di dare ritmo e di non soffermarmi troppo su questa arrampicata su uova.
Vedo avvicinarsi il traverso erboso.
Ci arrivo molto stressato.
Ho passato centinaia di metri senza la benché minima solidità. La mente comincia a cedere.
Mi dico, dandomi uno schiaffetto in faccia,” combà arpjete, datt na sviat e non ti fermare”.
Comincio il traverso. Sarà lungo circa 100 metri. Lo trovo estenuante. Ho i piedi su zolle di terra. Le mani su roccia inconsistente. In alcuni tratti va anche leggermente in discesa. Sono molto nervoso. L’adrenalina circola nel corpo senza pietà e la bocca è arsa tanto che respiro nervosamente con la bocca.
Ad un certo punto la zolla dove tengo i piedi va giù. Così di colpo. Senza il minimo segno premonitore. Dio vuole che le prese delle mani tengano lo strattone senza sganciarsi. Un brivido gelido mi attanaglia. Sale dai piedi fin sulla punta dei capelli. Mi rimetto subito in posizione su una zolla poco più a sinistra. Ma quanto cazzo è lungo sto traverso?
Vedo il canale che obliqua verso sinistra alla fine del traverso erboso. Lo guardo come fosse un’oasi in mezzo al deserto. Qui in mezzo mi sento in un oceano, mi sento in un oceano soltanto con una zattera di legno.
So che quel canale rappresenta un attimo di pausa. Rappresenta la via di fuga verso sopra. Si avvicina. Mi avvicino. Ci arrivo.
Percorro ora il canale fin sopra il famoso forcellino. Famoso per tristi fatti che non sto qui a raccontare. Chi deve sapere sa.
Qui resto bloccato per circa venti minuti.
Ho più di una relazione ma nessuna combacia. C è chi dice di proseguire dritti in placca. Chi dice di riscendere e traversare ancora più a sinistra. Cerco la linea più debole. La vedo in una fessura erbosa che obliqua leggermente. La lettura è giusta.
Mi ritrovo sopra i cosiddetti vasconi. Dio mio che bello. La prima parte della parete l’ho passata. La prima parte è quella che viene descritta come la più infida. Mi distendo un attimo. Qui c’è il posto per farlo. L’acqua l’ho già finita. Speravo di trovarla nei vasconi ma sono secchi come il deserto. Pazienza. Sapere di aver vinto le più grandi difficoltà mi rinvigorisce.
La parte alta comincia con un dilemma. Non so quale canale devo seguire sopra di me. Da qui ne partono 3. Ognuno di questi canali vanno a formare i grandi pilastri che si vedono da tutta la provincia di Teramo.
Non sapendo quale devo prendere mi tengo sulla cresta di uno con l’idea di scendere o a destra o sinistra più in alto quando avrò le idee più chiare.
In alto la cresta si fa affilata. Diventa uno spigolo. Decido di traversare verso sinistra. Scelta corretta. In breve mi trovo all’ attacco delle placche sommitali.
Qui la roccia è molto buona. Ma sono stanco. Psicologicamente mi sento un po’ spento. Prima di attaccare le placche mi siedo e chiudo un attimo gli occhi. Ho tanta sete. Ho fame di sole. Mi sento nel mondo delle tenebre da troppo tempo. Questa stanchezza psicologica sta per portarmi a commettere il rischio più grande di tutta l’ascensione. Quando si è stanchi non si ragiona bene. Io non sto ragionando bene per niente.
Affronto le placche centralmente. Le salgo forse per 60-70 metri. A questo punto la mente sfarfalla. Mi dico che voglio scappare da queste placche e traversare decisamente a destra. Ancora adesso mi chiedo il perché. La placca è il mio stile preferito. Lo stile dove danzo meglio. Eppure non ne posso più. Cerco una via d’uscita immediata e semplice. Voglio andarmene. Sono angustiato dall’ arrampicata. Non ne posso più.
Traverso decisamente a destra, aggiro lo spigolo.
Comincio quindi a salire un sistema di fessure che mano a mano si fanno più sostenute. Non me ne rendo conto. Non ci faccio caso. Ma perché non mi fermo?
Ad un certo punto mi accorgo di cosa ho fatto. Mi sono tagliato tutti i ponti di ritirata. Sono obbligato a proseguire su questa linea. Ho abbandonato di mia spontanea volontà placche appoggiate e compatte per seguire delle fessure oblique con roccia stratificata di tenuta pessima. Tenuta improponibile. Mancheranno circa 50 metri per scavallare sulle balconate. 50 metri al mondo dei vivi. 50 metri per tornare in vita.
Ora mi trovo in posizione scomoda su una di queste fessure. Vedo una presa rovescia che mi sembra buona. Ci arrivo con un passo un po’ dinamico. Sposto subito i piedi che vanno a trovarsi perfettamente in linea verticale sotto la mano destra. Ora immaginate la posizione. Mano destra rovescia piedi sulla stessa linea verticale della mano, su un reglette obliquo. Il sinistro più basso del destro.
Sono arrivato qui con un movimento dinamico mi è impossibile tornare indietro. Sono bloccato. L’ esposizione dà la nausea. Avrò almeno 100 metri di verticalità sotto di me. Il braccio destro comincia a dare segni di cedimento. Ripeto la roccia è improponibile.
Resto in questa posizione non so per quanto tempo. Mi sembra un’eternità. La mano sinistra continua ad accarezzare alla cieca la parete sovrastante senza trovare nulla. Il braccio destro comincia a tremare. I polpacci cominciano a tremare.
Sto cedendo psicologicamente. Un velo nero discende su di me. Sto per cedere per la paura. Ho così tanta paura che ho voglia di cedere. Voglio che finisca quest’agonia. Penso a tante cose. Mi dico ma tu guarda che roba. Tanta fatica per poi dover finire così. A pochi metri dalla riuscita di una lotta incredibile. Nel mio animo c’è più voglia di mollare che quella di combattere.
Ma ecco che di colpo arriva l’amore a rinsaldare i cuori. Penso a mio padre. Mi dispiacerebbe non rivederlo per un mio atto così egoistico. Mi dispiacerebbe non potergli dire ti voglio bene. Una frase che da troppo tempo è assente nei nostri discorsi.
IN ME TORNA LA FORZA DI BATTERMI. NON MOLLO ADESSO. NON CEDO ALLA PAURA. NON MORIRÒ MOLLANDO UNA PRESA PER SFINIMENTO.
Dico a voce alta “dai combà che qualcosa esce”… Cricco il braccio destro portandomi la rovescia destra fino al bacino. Arrivo in punta con i piedi fino quasi a perderli. Lancio la mano sinistra caricandola alla cieca. Dio mi fa trovare una svasa con tutti sassetti incastonati. Basterebbe che uno di questi si stacchi per fare finire tutto. Ma questo non accade. Perdo i piedi e contemporaneamente rilancio a gran velocità la mano destra che pesca qualcosina. Balzo veloce come un gatto su un terrazzino. Appoggio la fronte alla parete e chiudo gli occhi. Lascio le braccia a riposare lungo i fianchi. Sto su un piede.
Fiatone e battito cardiaco alle stelle. Mancano circa 15 metri di sfasciume e sono fuori. Salgo, salgo, salgo.
Il viso sente un torpore. È il battito del sole. Ho scavallato. Sono sul Camicia. Mi getto a terra e cado in un pianto isterico. È l’accumulo di giorni interi. Notti insonni. Mi rimetto in piedi. Sono risorto dall’ oblio. Strillo forte più che posso. L’orco mi ha fatto passare.
Ad attendermi al parcheggio ci sono papà, Carlo partiti ed altri 2 amici. Al mio arrivo scopriranno che ho fatto la salita in solitaria. Mi stringo forte a papà e gli dico che gli voglio bene. Ho avuto paura di perderlo.
Questa parete è stata vinta in solitaria d’estate solo da tre uomini:
1982 Marco Florio (documentazione non trovata)
4 settembre 2004 Andrea Di Donato (la ripeterà 4 anni dopo in solitaria invernale il 28 gennaio 2008)
20 settembre 2025 Nicolò Ioannoni Fiore (dopo 21 anni dall’ ultima solitaria estiva)
Sconsiglio vivamente di seguire la mia variante d’uscita. Difficile gradare con quella roccia. Credo siamo intorno al VI/VI-…. restate in placca.
Dedico la salita a mio padre.
Ringrazio Dio per essere stato al mio fianco.






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Montagna Pulita – NO all’inquinamento (link alla pagina)

È una scelta utile iscriversi al Club Alpino Italiano (link) ed è un esercizio di libertà.
BUONA MONTAGNA a tutti!
– Cai Castelli (link sito)
Programma 2025 Cai Teramo (link)
– Cai Isola del Gran Sasso (link sito)
– Filippo Di Donato (link Facebook)
2025.09.25 pubblicato

(filidido)
– Giornalista
– Centro di Educazione Ambientale “gli aquilotti” Cai Castelli e Cai Teramo
– Coordinatore del Gruppo di Lavoro “Cai-Parchi e Aree Protette“
– Componente del Gruppo di Lavoro “Cai-Scuola”
Filippo Di Donato nasce negli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, a Rivisondoli (AQ).
Si laurea in Fisica. In parallelo alla docenza si occupa di ambiente, montagna e aree protette. Riveste diversi ruoli nel CAI: socio fondatore della Sezione di Castelli (TE), presidente delegazione Abruzzo, consigliere centrale, presidente nazionale Escursionismo e TAM. Accompagnatore nazionale escursionismo. Operatore nazionale tutela ambiente montano. Ha promosso la costituzione di 3 Centri di Educazione Ambientale riconosciuti dalla Regione Abruzzo. Già nel Consiglio direttivo del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e nel Consiglio direttivo Federparchi.
Responsabile di Progetti.
È giornalista ambientale.